L'arco degli eroi

L'arco degli eroi

By Alessandro Valli

C’è qualcosa di mistico nel fatto che tante storie di salvezza passino per una freccia: scocca da lontano, arriva da un angolo che nessuno guardava e cambia la storia. Nel Medioevo, gli arcieri non erano considerati guerrieri onorevoli: la figura del cavaliere mette il proprio stesso corpo a rischio in un combattimento nel quale potrebbe morire, a diretto contatto del suo nemico; l’arciere, invece, con il fatto che può colpire da lontano, è per certi versi un vile (anche se permette di vincere molte battaglie). Eppure, la storia, mescolandosi con la fantasia, fa della figura dell’arciere qualcosa di nobile e ammirevole, capace di conquistare il cuore della gente comune e che appartiene al popolo più che ai signori: l’arco era un’arma alla portata di tutti, a differenza della spada.

Rappresentazione di diversi eroi armati di arco, tra cui Robin Hood, Legolas e Katniss Everdeen

L’archetipo: Robin Hood

Tutto ha inizio nella foresta di Sherwood. Robin Hood è un nobile decaduto (da alcuni identificato in Robin di Locksley), forse partito per le crociate accompagnando Re Riccardo. La figura, metà storica e metà mitologica, ne fa comunque un eroe popolare, che ruba ai ricchi per dare ai poveri e difende la povera gente dalle vessazioni dello Sceriffo di Nottingham (e, nella vulgata di innumerevoli film, di Re Giovanni). L’arco, nelle sue mani, diventa uno strumento di vendetta e di salvezza per i più deboli: maneggiato da mani che furono nobili, può permettersi di perdere la patina di vigliaccheria, innalzandosi a simbolo positivo.

Bard e Legolas

Un essere umano e un elfo accomunati da un’abilità impressionante nell’uso dell’arco. A quanto pare, Tolkien amava molto questo strumento. All’Eroe per eccellenza, il Re in pectore, viene data una spada mitica (Andúril, la Fiamma dell’Occidente, una sorta di Excalibur reinventata), e non è un caso: nella tradizione occidentale, le spade hanno un nome (Excalibur, Durandal, Joyeuse) e l’arma del Re porta con sé un’identità quasi autonoma, che precede e sopravvive al suo possessore. L’arco, invece, non ha nome: in tutto l’immaginario che stiamo esplorando non esiste un singolo arco leggendario con un nome proprio, con una sola eccezione, il Gāṇḍīva di Arjuna nel Mahabharata indiano, lontanissimo dalla nostra tradizione. L’arco resta anonimo e proprio per questo rimanda sempre e solo a chi lo impugna. Non è l’arma a fare l’eroe: è l’eroe a fare l’arma. Agli eroi popolari, quindi, viene dato un arco senza nome, mettendo sulle loro spalle tutta la responsabilità dell’azione: non sono quindi dei “predestinati” (ricordiamo che sia Re Artù sia il suo emulo fantastico Aragorn diventano re soltanto quando possono mostrare di essere degni della loro lama), ma artefici del proprio destino. L’arco diventa un punto di svolta della narrazione; addirittura centrale nella figura di Bard (talmente essenziale nel suo ruolo che è detto “l’Arciere”, cosa che ne definisce definitivamente il ruolo narrativo). Anche Bard, peraltro (uomo “aspro ma veritiero”) è di schiatta reale (contrariamente alla visione che ne dà Peter Jackson, che lo vuole contrabbandiere e pescivendolo), innalzando quindi l’arco a strumento nobile. Legolas, dal canto suo, non ha riferimenti all’arco nel suo nome: è figlio di re Thranduil di Bosco Atro e membro della Compagnia dell’Anello, nella quale riveste un ruolo essenziale. Ancora una volta, quindi, un comprimario, “dietro” l’eroe (anche fisicamente, potendo colpire a distanza) e il simbolo stesso della regalità, la spada (che poi nella tradizione cristiana diventa ancor più importante perché a forma di Croce) che domina tutta la tradizione occidentale, ma un comprimario comunque di nobilissime origini, che porta quindi in primo piano il meno nobile arco.

Rappresentazione simbolica della spada e dell'arco come strumenti di eroismo

La spada aspetta il suo re. L’arco aspetta chiunque sappia usarlo.

Katniss Everdeen: l’arciera del nostro tempo

Poi arriva lei. Katniss non è un’elfa e non è nemmeno nobile. Ormai, la trasformazione si è completata: da una serie di personaggi che condividono nobili natali, ma sono comunque eroi popolari, ecco che arriva una vera eroina popolare, una ragazza di un distretto minerario povero che caccia di frodo per non far morire di fame la sua famiglia. Il suo arco non è un’eredità mitica, bensì uno strumento di sopravvivenza. Ed è proprio questo, unitamente al fatto che Katniss è una vera proletaria, e che come tale è molto più vicina di tanti eroi alla nostra comune condizione umana e mortale, a darle un peso che Legolas non può raggiungere.

Guglielmo Tell: l’arciere che non è un arciere

È talmente forte l’idea dell’arciere come eroe popolare che Guglielmo Tell, che era un balestriere, viene tutt’oggi percepito, nel nostro immaginario collettivo, come un arciere. Il suo mito rilegge in chiave terrena uno degli episodi più oscuri dell’Antico Testamento: Abramo che, per ordine di Dio, è pronto a sacrificare il figlio Isacco. In entrambi i casi un padre è costretto da un’autorità superiore (divina in Abramo, tirannica in Tell) a mettere a rischio la vita del proprio figlio. La differenza è sottile ma enorme: Abramo obbedisce per fede, Tell è costretto per sopraffazione; e mentre Abramo viene fermato all’ultimo momento da un angelo, Tell non ha salvatori, ma si salva da solo, con la precisione del suo tiro. L’eroe popolare non aspetta la grazia divina: un cacciatore abilissimo con la balestra, dunque, che molti ancora considerano un arciere.

Il filo che unisce Robin Hood a Katniss, con Tell e Tolkien nel mezzo, è più solido di quanto sembri. Non è solo l’arco come arma: è l’arco come metafora di chi agisce dalla soglia, fuori dai palazzi del potere, con gli strumenti dei semplici. La freccia non conosce blasoni; o, meglio, li dimentica strada facendo, e forse è proprio per questo che continuiamo a raccontare queste storie.