La «balestra a panca» di Vasari

La «balestra a panca» di Vasari

By Alessandro Valli

Nel racconto della morte di Francesco d’Angelo di Giovanni, detto il Cecca, Giorgio Vasari scrive che, durante un’operazione d’assedio, l’ingegnere fiorentino «volendo egli un giorno misurare alcune altezze in un luogo difficile» espose il capo oltre le mura e fu colpito da un verettone scagliato da un avversario «con una balestra a panca». Il colpo fu mortale. La frase compare già nella prima edizione delle Vite, pubblicata nel 1550; nella seconda edizione, del 1568, Vasari riformulò leggermente il periodo, scrivendo che un prete «scaricatoli una balestra a panca» gli conficcò il verettone nella testa. La qualificazione «a panca», dunque, appartiene già al testo vasariano del 1550 e non è un’aggiunta dell’edizione tarda (Vasari, edizione 1550; edizione 1568).

La domanda apparentemente semplice — che cosa fosse, nel linguaggio di Vasari, una balestra a panca? — diventa quindi una questione di storia della terminologia delle armi. Il problema nasce soprattutto dalla sovrapposizione di categorie che oggi tendiamo a considerare equivalenti: balestra a staffa, balestra da piede, balestra da posta, balestra da banco, balestra a panca, balestra grossa. Le fonti medievali e rinascimentali mostrano invece una terminologia mobile, nella quale le denominazioni potevano riferirsi alla modalità di armamento, alle dimensioni, alla destinazione d’uso oppure all’apparato utilizzato per tendere l’arma.

La tesi che emerge dalla documentazione è quindi più prudente e, proprio per questo, più interessante: la “balestra a panca” di Vasari non può essere assunta automaticamente come equivalente della moderna balestra da banco, cioè di una grande balestra permanentemente inserita in un lungo telaio ligneo. L’esistenza di grandi balestre da postazione e di dispositivi destinati a sostenerle o a facilitarne il caricamento è invece ampiamente documentata. Anche l’espressione balestra da banco è attestata già nel Quattrocento. Ciò che rimane problematico è stabilire se queste diverse testimonianze descrivano un’unica tipologia costruttiva stabile.

La parola «panca»

Un primo elemento decisivo proviene dalla storia della lingua italiana.

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana dell’Accademia della Crusca registra alla voce panca, tra le accezioni relative agli strumenti, la definizione «balestra a panca: balestra a staffa», citando proprio Vasari. Alla voce staffa, inoltre, il dizionario registra la balestra a staffa come la balestra «che veniva tesa col piede per mezzo di una staffa». Lo stesso lemma panca comprende anche l’accezione di «parte della staffa su cui poggia il piede» (GDLI).

Si tratta di una testimonianza lessicografica posteriore rispetto a Vasari e non di un glossario quattrocentesco: va quindi utilizzata come prova della storia interpretativa della locuzione, non come una definizione tecnica necessariamente vigente nel 1488. Tuttavia il dato è significativo. La tradizione lessicografica italiana non ha interpretato balestra a panca come «balestra montata sopra una panca», bensì l’ha ricondotta alla balestra a staffa.

Questa interpretazione cambia radicalmente la lettura della frase vasariana.

Se a panca è qui una variante di a staffa, Vasari potrebbe avere semplicemente indicato una balestra armata mediante il piede del tiratore, senza alludere a una macchina montata su un banco. La circostanza è particolarmente importante perché la morte del Cecca avviene durante un’azione militare sul campo: Vasari non dice che il prete abbia azionato una macchina fissata a una struttura, né descrive alcun banco, cavalletto, affusto o supporto.

L’unico elemento tecnico esplicitamente indicato è il verettone, cioè il grosso dardo da balestra.

La balestra non era un’arma tecnologicamente uniforme

Le fonti medievali distinguono chiaramente balestre portatili e armi di dimensioni maggiori destinate alla difesa delle fortificazioni.

Lo studio archeologico di Daniele De Luca e Roberto Farinelli sulle balestre nella Toscana meridionale fra XIII e XIV secolo mostra come le fonti documentarie distinguano le balestre individuali dai balestri grossi da postazione. Sono attestati anche termini come balestro a tornio e balestro a verrocchio, riferiti a sistemi di armamento particolarmente potenti (De Luca e Farinelli, «Archi e balestre», Archeologia Medievale XXIX (2002)).

La documentazione archeologica è particolarmente utile perché mostra anche la presenza di dispositivi lignei destinati al caricamento.

In alcuni inventari compaiono infatti espressioni come bancha da tirare balestra e banchecta ad tendendam balistram. Nel primo caso la parola tirare non significa «tirare il dardo», bensì tendere la corda: il confronto con la formula latina ad tendendam balistram e con altre espressioni relative al caricare la balestra rende evidente la funzione del dispositivo. Si tratta quindi di una panca utilizzata per tendere o caricare la balestra. De Luca e Farinelli descrivono inoltre un hedificium quod dicitur suave, ad tendendum balistas ad verrocchium, una struttura lignea sulla quale la balestra veniva fissata per essere armata.

La distinzione è fondamentale: una panca per caricare la balestra non è necessariamente una panca sulla quale la balestra viene lasciata stabilmente montata durante il tiro.

Le fonti del Trecento mostrano quindi l’esistenza di una vera infrastruttura per le balestre pesanti, ma non autorizzano a trasformare automaticamente ogni riferimento a una panca nella descrizione di un’arma permanentemente fissata a essa.

Le testimonianze della Toscana meridionale

Gli inventari citati da De Luca e Farinelli forniscono alcuni esempi particolarmente chiari.

Nel 1335, ad Arcidosso, compare una banchecta ad tendendam balistram; nel 1356, a Castiglione della Pescaia, è registrata una bancha da tirare balestra. Nello stesso contesto documentario compare anche un balestro grosso. A Talamone, sempre nel 1356, un inventario registra una bancha da torno in relazione a un balestro grosso gattivo et rotto.

Questi documenti descrivono quindi un sistema composto da due elementi concettualmente distinti: la balestra pesante e il dispositivo ligneo necessario per tenderla o caricarla.

La terminologia può naturalmente variare nel corso del tempo. La relazione funzionale rimane tuttavia evidente.

La documentazione permette anche di comprendere perché le grandi balestre siano difficili da riconoscere archeologicamente. Molte delle loro parti essenziali — teniere, supporti, banchi, elementi di tensionamento, corde e altri componenti — erano realizzate in materiali organici, che nei contesti archeologici raramente sopravvivono. I reperti metallici, come le noci e gli elementi di ferratura, costituiscono quindi spesso gli unici resti materiali dell’arma.

Questo aspetto è essenziale quando si valuta l’esistenza di una grande balestra completa conservata fino ai nostri giorni.

Le immagini medievali: grandi balestre e dispositivi di caricamento

L’iconografia medievale conferma che le balestre di grandi dimensioni e i relativi dispositivi di tensionamento appartengono alla storia effettiva della tecnologia militare europea.

Una delle testimonianze più note è il manoscritto di Walter de Milemete, De nobilitatibus, sapientiis et prudentiis regum, realizzato nel 1326-1327. Una delle miniature mostra una grande balestra associata a una struttura di supporto, in un contesto chiaramente militare e d’assedio.

Figura 1 — Walter de Milemete, De nobilitatibus, sapientiis et prudentiis regum, Christ Church, Oxford, MS 92, f. 68v, 1326-1327. Grande balestra da assedio su supporto. (Immagine del manoscritto)

L’immagine è importante perché dimostra l’esistenza di balestre concepite per un impiego stazionario. Non dimostra però che il termine italiano balestra a panca indicasse necessariamente quella specifica configurazione.

Il confronto con una balestra portatile è altrettanto utile. Nel Tacuinum sanitatis della Biblioteca Casanatense, ad esempio, compare la rappresentazione di un’arma molto più vicina alla balestra individuale utilizzata da un singolo tiratore.

Figura 2 — Tacuinum sanitatis, Casanatense 4182, XIV secolo. Rappresentazione di una balestra portatile. (Biblioteca Casanatense, manoscritto digitale)

Il confronto iconografico mette in evidenza una realtà che le fonti scritte rendono più difficile cogliere: nel Medioevo esisteva un continuum di armi, dai modelli individuali fino alle grandi balestre da postazione. La differenza non coincide necessariamente con una singola parola.

Il problema del «banco»

A questo punto è necessario introdurre una distinzione terminologica ulteriore.

L’espressione «balestra da banco» è effettivamente medievale o rinascimentale. Non è una denominazione inventata dall’antiquaria ottocentesca.

Un documento particolarmente significativo è l’inventario della Rocca Maggiore di Assisi del 1455. La documentazione registra: «tre balestre grosse senza noce, 10 balestre di cui una rotta, 2 tenieri da balestra, 2 banchi per caricare balestre […] 2 casse grandi di berrettoni per balestre da banco e balestre da piedi».

La formula distingue esplicitamente balestre da banco e balestre da piedi. Nello stesso inventario compaiono inoltre grandi balestre, banchi per il caricamento e molinelli (Archivio Storico, Compagnia Balestrieri di Assisi).

La documentazione assisana è dunque particolarmente preziosa perché dimostra che nel Quattrocento l’espressione balestra da banco era già in uso.

Essa non chiarisce però automaticamente quale fosse la struttura fisica dell’arma. La presenza, nello stesso inventario, di «banchi per caricare balestre» suggerisce infatti che il banco potesse indicare una relazione con il sistema di caricamento e di supporto. Il documento non fornisce una descrizione costruttiva sufficiente a stabilire se la balestra da banco fosse permanentemente fissata a un lungo telaio, semplicemente appoggiata su un banco durante il tiro oppure definita principalmente dalla modalità di armamento.

La terminologia, ancora una volta, deve essere ricostruita attraverso il contesto.

Collenuccio e il «grossissimo verrettone»

Una seconda testimonianza, ancora più tarda ma molto significativa, si trova nel Compendio de le istorie del Regno di Napoli di Pandolfo Collenuccio, pubblicato nel 1539.

Raccontando la battaglia navale del 1435 fra Alfonso d’Aragona e i Genovesi, Collenuccio riferisce che un «grossissimo verrettone» fu scagliato da una «balestra da banco» (Collenuccio, Compendio de le istorie del Regno di Napoli, Libro VI).

Il contesto navale rende plausibile che una grande balestra fosse sostenuta o appoggiata sulla struttura della nave. La formulazione, tuttavia, non descrive il sistema di fissaggio. Non sappiamo se si trattasse di un’arma permanentemente montata su un affusto, di una grande balestra da posta utilizzata su un banco della nave oppure di una diversa configurazione.

La testimonianza è quindi importante per un motivo preciso: dimostra l’uso della locuzione balestra da banco nel primo Cinquecento e la associa a un’arma capace di scagliare un verettone di dimensioni eccezionali. Non consente, da sola, di ricostruirne la geometria.

Dal banco di caricamento al cavalletto

Le fonti e l’iconografia permettono comunque di ricostruire un quadro tecnologico abbastanza solido.

Le grandi balestre potevano richiedere sistemi meccanici per la tensione della corda. Per queste operazioni potevano essere impiegati banchi, strutture lignee e dispositivi di tensionamento. In determinati contesti militari, soprattutto nelle fortificazioni, la grande balestra poteva inoltre essere utilizzata da una posizione relativamente stabile.

L’iconografia europea conserva immagini di dispositivi di questo tipo. Il Bellifortis di Konrad Kyeser, composto nei primi anni del XV secolo, presenta infatti dispositivi destinati alla tensione delle balestre.

Figura 3 — Konrad Kyeser, Bellifortis, ca. 1402-1405. Dispositivo per la tensione di una balestra. (Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, Bellifortis)

Il Bellifortis è particolarmente significativo perché mostra la complessità dei sistemi meccanici associati alle armi da tiro pesanti. Anche in questo caso, tuttavia, occorre distinguere tra dispositivo per tendere la balestra e affusto sul quale l’arma viene permanentemente montata per il tiro.

La stessa distinzione riemerge nell’iconografia tecnica del Rinascimento.

Leonardo e la meccanizzazione della balestra

Gli studi e i disegni di Leonardo da Vinci documentano una fase nella quale la balestra diventa oggetto di una vera e propria ricerca ingegneristica.

Nel Codice Atlantico, il foglio 142r presenta un dispositivo destinato al caricamento di una grande balestra.

Figura 4 — Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, f. 142r, ca. 1485-1492. Dispositivo per caricare una grande balestra. (Museo Galileo, Leonardo, Codice Atlantico, f. 142r)

Pochi fogli più avanti, Leonardo disegna una grande balestra di proporzioni spettacolari.

Figura 5 — Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, f. 149r, ca. 1485-1492. Studio di una grande balestra. (Wikimedia Commons, Leonardo da Vinci, Crossbow sketch)

La presenza di questi disegni non significa che Leonardo abbia inventato una nuova tipologia di balestra. Dimostra piuttosto quanto, alla fine del Quattrocento, la grande balestra potesse essere considerata una macchina complessa, il cui problema principale consisteva anche nella trasmissione della forza necessaria a tenderne l’arco.

Un ulteriore confronto è offerto dal Löffelholz-Codex, all’inizio del XVI secolo, nel quale compare il Spannbock, un’apparecchiatura destinata alla tensione.

Figura 6 — Löffelholz-Codex, MS Berlin, Germ. Qu. 132, f. 20r, ca. 1505. Dispositivo di tensionamento (Spannbock). (Wikimedia Commons, Löffelholz-Codex, f. 20r)

La sequenza iconografica mostra dunque una continuità tecnologica: grandi balestre, sistemi di tensionamento, banchi e strutture di supporto appartengono effettivamente alla storia dell’arma.

Il problema consiste nel determinare il rapporto fra queste realtà e le denominazioni a panca e da banco.

La balestra di Assisi

La questione diventa particolarmente interessante davanti a un oggetto oggi esposto nella Rocca Maggiore di Assisi e catalogato come «Balestra a panca. Sec. XV». La documentazione fotografica disponibile nei cataloghi umbri identifica esplicitamente l’oggetto con questa denominazione e attribuisce la fotografia a Marcello Fedeli (scheda della Rocca Maggiore, Umbria Cultura).

Figura 7 — «Balestra a panca. Sec. XV», Rocca Maggiore, Assisi. Fotografia Marcello Fedeli. (Immagine e scheda dell’oggetto)

L’oggetto presenta una configurazione molto diversa da quella di una normale balestra portatile. Il lungo teniere è integrato in una struttura lignea bassa e allungata; nella parte posteriore è presente una sorta di sedile, mentre nella parte anteriore il teniere e l’arco sono sostenuti dalla struttura. L’insieme costituisce una vera e propria macchina da postazione.

A prima vista, dunque, sembrerebbe il candidato ideale per rappresentare ciò che oggi intendiamo con balestra da banco.

Proprio per questo è necessario procedere con cautela.

La scheda pubblicamente accessibile fornisce la denominazione e la datazione «Sec. XV», ma non rende disponibili, almeno nella documentazione consultabile, informazioni sufficienti sulla provenienza dell’oggetto, sulla storia della conservazione, sulla composizione dei materiali lignei, su eventuali restauri, sulla datazione scientifica dei componenti o sull’eventuale ricomposizione di parti antiche e moderne.

La fotografia, da sola, non può risolvere il problema.

Un oggetto eccezionale richiede una documentazione eccezionale

La cautela è giustificata anche dalla rarità archeologica di strutture lignee complete associate alle grandi balestre.

Gli studi archeologici sulle armi medievali mostrano quanto siano fragili le componenti organiche. Un banco, un cavalletto o un affusto costruito in legno può scomparire completamente dal record archeologico, lasciando soltanto elementi metallici. La possibilità che una struttura complessa si conservi integra per oltre cinque secoli è quindi statisticamente molto più problematica della conservazione di una noce o di una staffa metallica.

La letteratura sulle grandi balestre documenta l’esistenza di banchi e strutture di tensionamento e ricorda anche la rarità dei supporti lignei conservati integralmente. In alcuni studi archeologici vengono segnalati dispositivi di tensionamento rappresentati nelle fonti iconografiche senza che ne siano sopravvissuti esemplari completi comparabili.

Questo non dimostra che la balestra di Assisi sia moderna.

Dimostra però che la sua autenticità come manufatto completo del XV secolo non può essere dedotta semplicemente dalla sua presenza in una raccolta museale o dalla didascalia «Sec. XV».

Le possibilità storiche sono diverse: potrebbe trattarsi di un originale eccezionalmente conservato; di un manufatto antico profondamente restaurato; di una ricostruzione realizzata utilizzando componenti antichi; oppure di una ricostruzione storica più tarda. Senza una documentazione conservativa e tecnico-scientifica più completa, queste ipotesi rimangono aperte.

«Balestra a panca» e «balestra da banco» non sono sinonimi automatici

A questo punto è possibile formulare una distinzione essenziale.

Balestra a panca è la locuzione utilizzata da Vasari nel 1550. La tradizione lessicografica successiva la identifica con la balestra a staffa.

Balestra da banco è invece una locuzione attestata almeno dal XV secolo, come dimostra l’inventario assisano del 1455, e nuovamente nel 1539 con Collenuccio.

Le due espressioni non possono quindi essere trattate come semplici varianti grafiche.

La prima presenta una storia lessicale nella quale panca può essere associata alla staffa; la seconda compare in documenti nei quali sembra riferirsi a una categoria di balestre distinta da quelle «da piedi».

Questa differenza è sufficiente per mettere in discussione una lettura troppo lineare secondo la quale balestra a panca = balestra da banco = grande balestra montata su una panca.

La documentazione disponibile non permette una simile equivalenza.

La questione dei cavalletti e delle armi da postazione

Ciò non significa affatto che nel Medioevo non esistessero balestre montate su supporti.

Le fonti archeologiche e iconografiche mostrano l’esistenza di grandi armi da postazione, destinate soprattutto alla guerra d’assedio e alla difesa delle fortificazioni. Le grandi balestre potevano essere sostenute da strutture che ne facilitavano l’impiego e soprattutto il caricamento.

La configurazione esatta di questi supporti variava. Le fonti parlano di banchi, strutture, dispositivi di tensionamento e, nella terminologia successiva, anche di cavalletti. L’iconografia mostra inoltre soluzioni tecniche diverse, alcune delle quali possono essere ricondotte a veri e propri affusti.

La parola moderna «treppiede», tuttavia, va utilizzata con cautela. La documentazione medievale non autorizza a trasformare ogni supporto in un moderno cavalletto a tre gambe. È più corretto parlare di supporti, banchi, cavalletti o strutture da postazione, lasciando alla singola fonte il compito di definire la configurazione.

La questione quindi non è stabilire se una grande balestra montata su un supporto fosse possibile. Lo era.

La questione è stabilire quanto fosse comune, quale forma assumesse, come fosse denominata e se l’oggetto oggi conservato ad Assisi rappresenti effettivamente una di quelle configurazioni quattrocentesche.

E il Cecca?

Ritorniamo quindi alla frase di Vasari.

Il Cecca muore nel 1488 durante una campagna militare. Si trova presso una fortificazione nemica e sta cercando di misurare un’altezza esponendosi oltre il muro. Un prete avversario approfitta dell’occasione e lo colpisce con un verettone.

Il dato militare è importante: il tiro avviene in un contesto d’assedio, cioè proprio nell’ambiente nel quale le grandi balestre da postazione sono documentate.

Questo rende possibile che la balestra impiegata contro il Cecca fosse una grande arma da posizione.

Vasari, però, non lo dice.

Non descrive una struttura lignea. Non parla di un banco. Non parla di un cavalletto. Non parla di un tornio o di un verricello. Non indica il numero di uomini necessari per armare l’arma. Non fornisce dimensioni del teniere o del verettone.

Scrive semplicemente: «un prete con una balestra a panca gli trasse».

La fonte, dunque, permette di affermare che Vasari attribuisce il colpo a una balestra denominata “a panca”. La ricostruzione di una grande macchina lignea montata su una panca deriva da un’interpretazione successiva, non dalla descrizione vasariana stessa.

Ed è proprio la storia lessicale di panca a rendere plausibile una lettura alternativa.

Una digressione necessaria: il «Palio» medievale e la balestra moderna

La stessa cautela terminologica è utile quando si passa dalla storia delle armi alla storia delle competizioni.

Oggi in Italia esistono numerose manifestazioni di tiro con la cosiddetta balestra antica da banco, organizzate secondo regolamenti elaborati dalle compagnie e dalle federazioni contemporanee. La Federazione Italiana Balestrieri dichiara esplicitamente di voler conservare le tradizioni del tiro con la balestra antica da banco praticato dalle città aderenti.

La Compagnia Balestrieri di Lucca collega la propria attività all’Ordo Pro Balistarii conservato nell’Archivio di Stato di Lucca e presenta il Palio di San Paolino come una competizione ancora fondata sulle norme medievali, con modifiche tecniche intervenute nel corso della ricostruzione moderna.

L’Ordo Pro Balistarii è un documento di straordinario interesse. Datato 29 giugno 1443, stabilisce quattro premi annuali per le gare dei balestrieri lucchesi. Il bersaglio è una rotella con al centro il segno chiamato Brocca; i balestrieri devono disporsi a 120 passi dal bersaglio e ciascuno può effettuare un solo tiro. La saetta deve essere contrassegnata con il nome del balestriere e il vincitore viene determinato in base alla maggiore vicinanza alla Brocca, con specifiche procedure di spareggio. Il regolamento stabilisce inoltre requisiti relativi alla proprietà della balestra e della saetta (testo e traduzione dell’Ordo Pro Balistarii).

Il confronto con le gare contemporanee è istruttivo proprio perché mostra la distanza fra continuità culturale e identità tecnica.

Il regolamento medievale documenta una competizione cittadina con balestrieri individuali, tiro singolo, proprietà personale dell’arma e della saetta, ordine di tiro e bersaglio determinato. Il testo non descrive un moderno banco di tiro, non specifica una struttura di postazione paragonabile a quella delle competizioni contemporanee e non identifica esplicitamente l’arma come balestra da banco.

La pratica moderna costituisce quindi una forma di rievocazione storica e folklore urbano costruita intorno a una documentazione medievale autentica. Il suo valore culturale è indipendente dalla necessità di considerarla una riproduzione tecnica perfettamente identica alla gara del 1443.

La stessa Compagnia Balestrieri Lucca dichiara del resto che le regole medievali sono state mantenute con «piccole modifiche» dovute a motivi tecnici.

Questo principio è importante anche per la questione della balestra da banco: la presenza di una moderna tradizione che utilizza questo nome e una determinata configurazione dell’arma non costituisce, da sola, la prova che quella stessa configurazione fosse identica nel Quattrocento.

La moderna «balestra da banco» come ricostruzione storica

Le moderne balestre da banco utilizzate nelle competizioni italiane costituiscono sistemi tecnicamente elaborati e fortemente standardizzati. L’arma viene collocata sul banco, caricata mediante un apposito dispositivo e utilizzata secondo procedure codificate. La competizione moderna richiede inoltre una precisa standardizzazione della distanza, della posizione di tiro, del caricamento, dei bersagli e dei punteggi.

Questa standardizzazione è il risultato di una storia contemporanea di ricostruzione, organizzazione sportiva e regolamentazione.

Il termine balestra da banco, tuttavia, ha radici molto più antiche, come dimostrano Assisi nel 1455 e Collenuccio nel 1539. La situazione può quindi essere rappresentata schematicamente così:

  • Quattrocento: esistono grandi balestre, balestre da piede, banchi per caricarle e una documentata espressione balestra da banco.
  • Cinquecento: balestra da banco continua a essere utilizzata per indicare una grande balestra, mentre Vasari usa balestra a panca per il caso del Cecca.
  • Età moderna: le denominazioni vengono progressivamente ricondotte a categorie tecniche più definite.
  • Età contemporanea: la balestra antica da banco diventa una categoria sportiva e rievocativa standardizzata.

Questa sequenza rende molto più prudente l’identificazione diretta fra la moderna arma da gara e qualsiasi manufatto quattrocentesco.

Che cosa possiamo dunque affermare?

La documentazione consente di stabilire alcuni punti con un grado di sicurezza diverso.

  1. La «balestra a panca» è realmente attestata in Vasari. La locuzione compare già nella prima edizione delle Vite del 1550. Non è quindi una modernizzazione ottocentesca o novecentesca.
  2. La tradizione lessicografica italiana ha interpretato «balestra a panca» come «balestra a staffa». Il GDLI registra esplicitamente questa equivalenza e collega la panca anche alla parte della staffa sulla quale poggia il piede.
  3. Le grandi balestre da postazione esistevano realmente. Le fonti archeologiche e documentarie medievali attestano balestri grossi, sistemi a tornio o verrocchio, banchi e strutture destinati alla tensione delle armi pesanti.
  4. «Balestra da banco» è una locuzione antica. L’inventario di Assisi del 1455 la documenta esplicitamente e la distingue dalle balestre da piedi. Collenuccio la utilizza nuovamente nel 1539.
  5. Il termine non basta a ricostruire la forma dell’arma. Nessuna delle due testimonianze fornisce una descrizione sufficientemente precisa da permettere di stabilire che la balestra da banco fosse necessariamente una macchina fissata a un lungo banco ligneo.
  6. La grande balestra di Assisi è un oggetto problematico. Il catalogo la identifica come «Balestra a panca. Sec. XV», ma la documentazione pubblicamente accessibile non permette di verificare in maniera indipendente la datazione, la provenienza e la storia conservativa del manufatto.
  7. L’oggetto di Assisi non può quindi essere utilizzato come prova definitiva. La sua forma è perfettamente compatibile con l’idea di una grande balestra da postazione. La compatibilità formale non dimostra però l’autenticità cronologica del manufatto.

La conclusione

Il problema della «balestra a panca» di Vasari nasce soprattutto da una sovrapposizione fra categorie moderne e terminologia storica.

Nel XV secolo esistevano certamente balestre di grandi dimensioni, destinate alla difesa delle fortificazioni e ad altri impieghi da posizione. Esistevano dispositivi lignei per caricarle e tenderle; le fonti documentarie li chiamano banche, banchette e banchi da tirare balestra. Esistevano inoltre denominazioni quali balestro grosso, balestro a tornio e balestro a verrocchio.

Nel 1455, ad Assisi, troviamo anche l’espressione balestre da banco. Nel 1539 Collenuccio parla di una balestra da banco che scaglia un grossissimo verrettone. Questi dati impediscono di considerare la denominazione come un’invenzione moderna.

Vasari, tuttavia, usa un’altra espressione: balestra a panca. E la tradizione lessicografica italiana l’ha interpretata come balestra a staffa.

Il passo sul Cecca, pertanto, non fornisce una prova sufficiente per immaginare il prete assediante seduto dietro una grande macchina lignea come quella oggi esposta nella Rocca Maggiore di Assisi. La situazione d’assedio rende certamente possibile l’impiego di una balestra pesante da posizione; il testo di Vasari non ne descrive però la struttura.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Significa che la storia della balestra medievale non può essere ricostruita proiettando all’indietro l’immagine contemporanea della “balestra da banco” come se fosse una categoria tecnica invariabile dal Quattrocento a oggi.

Esiste una storia documentata delle grandi balestre da postazione. Esiste una storia documentata dei banchi e dei dispositivi di caricamento. Esiste una storia documentata dell’espressione balestra da banco. Esiste infine una tradizione lessicografica che interpreta balestra a panca come balestra a staffa.

Queste quattro serie documentarie devono rimanere distinte.

La grande balestra di Assisi è, in questo quadro, un oggetto particolarmente interessante proprio perché sembra materializzare la moderna idea di balestra da banco: un lungo teniere inserito in una struttura lignea, con supporti e sedile integrati. La sua autenticità quattrocentesca, tuttavia, richiederebbe una documentazione tecnica e conservativa adeguata prima di poterla utilizzare come testimonianza materiale diretta della tecnologia del XV secolo.

La conclusione più solida è quindi anche la più semplice: nel Quattrocento esistevano grandi balestre e strutture di postazione; esisteva anche il termine “balestra da banco”. Quello che le fonti non consentono ancora di dimostrare è che la configurazione lignea oggi associata alla moderna balestra da banco costituisse una tipologia quattrocentesca uniforme e identificabile ogni volta che una fonte parla di una “balestra a panca” o “da banco”.

È precisamente questa distinzione che permette di leggere il passo di Vasari senza attribuirgli informazioni tecniche che il testo non contiene.


Bibliografia e fonti

Fonti primarie

Collenuccio, Pandolfo, Compendio de le istorie del Regno di Napoli, Venezia, 1539, Libro VI. (Edizione digitale su Wikisource)

Kyeser, Konrad, Bellifortis, ca. 1402-1405. (Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti – copia digitale)

Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, f. 142r, ca. 1485-1492. (Museo Galileo – foglio ATL.0283.1)

Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, f. 149r, ca. 1485-1492. (Wikimedia Commons – studio di balestra)

Löffelholz-Codex, MS Berlin, Germ. Qu. 132, f. 20r, ca. 1505. (Wikimedia Commons – f. 20r)

Milemete, Walter de, De nobilitatibus, sapientiis et prudentiis regum, Christ Church, Oxford, MS 92, f. 68v, 1326-1327. (Riproduzione dell’immagine)

Ordo Pro Balistarii, Lucca, 29 giugno 1443. (Testo e traduzione italiana)

Inventari della Rocca Maggiore di Assisi, 1424-1455, in Archivio Storico Italiano, VI, III. (Archivio storico della Compagnia Balestrieri di Assisi)

Vasari, Giorgio, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, 1550, vita del Cecca. (Edizione digitale del 1550)

Vasari, Giorgio, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, 1568, vita del Cecca. (Edizione digitale del 1568)

Studi

De Luca, Daniele; Farinelli, Roberto, «Archi e balestre. Un approccio storico-archeologico alle armi da tiro nella Toscana meridionale (secc. XIII-XIV)», Archeologia Medievale, XXIX, 2002, pp. 455-487. (Università degli Studi di Siena – record bibliografico) (Torrossa – articolo e DOI 10.1400/155260)

Gelli, Jacopo, Guida del raccoglitore e dell’amatore di armi antiche, Milano, 1900.

Strumenti lessicografici

Grande Dizionario della Lingua Italiana, fondato da Salvatore Battaglia, Torino, UTET, voce staffa e voce panca. (GDLI – voce «staffa»)

Cataloghi e documentazione museale

Umbria Cultura, Rocca Maggiore. Assisi (PG), scheda catalografica e documentazione fotografica; fotografia di Marcello Fedeli, con l’oggetto catalogato come «Balestra a panca. Sec. XV». (Scheda catalografica)

ViaggiArt, Rocca Maggiore, Assisi, documentazione fotografica della «Balestra a panca. Sec. XV», fotografia Marcello Fedeli. (Scheda e immagini)

Documentazione sulla tradizione contemporanea

Compagnia Balestrieri Lucca, «Le origini». (Pagina ufficiale)

Compagnia Balestrieri Lucca, «La F.I.B.». (Pagina ufficiale)

Compagnia Balestrieri Lucca, «Chi siamo». (Pagina ufficiale)